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La ricerca del maggiordomo perfetto.

“AAAssumesi maggiordomo multifunzione, multilingue, multireferenziato. Il candidato ideale ha i seguenti requisiti: ha prestato servizio in almeno un castello europeo per datori di lavoro possibilmente di sangue reale, o comunque in linea di successione a un trono qualsiasi del Vecchio Continente; conosce almeno 7 lingue tra cui il lappone moderno; è socio fondatore della rinomata BBOTWA* di Londra o almeno il tesoriere; discende da una famiglia di maggiordomi con una tradizione di almeno 7 generazioni e con pedigree visibile; è esperto nella cura di un giardino d’inverno; possiede grande spirito di sacrificio poiché dovrà adattarsi a vivere in un piccolo appartamentino in città di 200 mq; è microchippato.”

*Best Butlers Of The World Association
 
Questa mattina, mentre mettevo in ordine le ultime cartoline di Jacopo Ortis nel secretaire, ho per caso trovato il vecchio annuncio che scrissi per la ricerca di un maggiordomo, e così mi sono lasciato prendere dai ricordi.
 
All’epoca lo pubblicai sulle solite riviste, Fortune, Forbes e MassaiaPiù (settimanale di cui ammiro moltissimo la rubrica di ricamo). Sulle caratteristiche che doveva avere il mio maggiordomo ideale cercai di essere più chiaro possibile, che poi è lo stesso consiglio che diedi qualche anno fa anche a Michael Jackson per far decollare la sua carriera.
 
Ma torniamo all’annuncio.
 
Circa 2 giorni dopo la sua pubblicazione, si presentò al mio cospetto il primo candidato, Ambrogio, maggiordomo proveniente dalla Milano da bere, curiosamente vestito da chauffeur, l’abito da lavoro a cui era più affezionato, diceva.
 
Ebbene, lo misi alla prova per una settimana. Ambrogio era affettuoso, servizievole, impeccabile autista, amante del cioccolato e un grande appassionato di domotica. Uno così doveva essere perfetto per forza, purtroppo però, appena gli chiedevo qualcosa, qualsiasi cosa, pigiava un tasto e da un angolo nascosto della casa usciva un vassoio con delle strane palline dorate. Non facevo in tempo a dire “Ambrogio, avverto un leggero languorino”, che lui Tac, pigiava il tasto. “Ambrogio potresti cambiare la lettiera all’ermellino?” Tac, pigiava il tasto e la lettiera si puliva automaticamente da sola. “Ambrogio, senti, potresti evitare di pigiare il ta…” E lui, Taaac, di nuovo il tasto. Aveva tasti disseminati dappertutto. Non so da dove fossero usciti, io ne ignoravo completamente l’esistenza.
 
Insomma, benché fossi sinceramente ammirato da cotanta efficienza, io sono un tipo un po’ all’antica e mi piace riuscire a esprimere un desiderio fino alla fine della frase, prima che questo venga esaudito. Fui quindi costretto a passare al secondo candidato.
 
Il maggiordomo successivo che accolsi in casa mia era un bellimbusto di oltre due metri, proveniente da una facoltosissima quanto stimata famiglia americana. Il suo nome era Lurch Addams.
 
Ok, non veniva dalla nobiltà della vecchia Europa, ma i requisiti c’erano tutti, tanto che all’inizio fui quasi tentato di tenerlo: attraente, serio, educato, biancastro, con le due mani sempre lungo i fianchi e un’altra nel taschino. Aveva persino la peculiarità di essere abbastanza alto da poter sistemare agevolmente i drappeggi del mio letto a baldacchino senza la scala. Era praticamente perfetto.
 
Però, non so, c’era qualcosa nella sua voce, quel suo sinistro modo di esprimersi che mi incuteva un po’ di inquietudine. Ogni volta che premevo il campanello per convocarlo, lui arrivava alle mie spalle e, con questa voce rauca, quasi da oltretomba, diceva “Chiamato?”. Oh mio Io! Ma vi immaginate se avessi fatto chiamare da lui il Signor Paluani? Oggi forse non avremmo le nostre merende preferite.
 
E quindi anche con lui niente da fare.
 
Dopo Lurch fu la volta di Igor, ma lui ci teneva a essere chiamato Aigor.
 
Aigor era l’ultimo rampollo di un’antica dinastia di maggiordomi inglesi di stanza in un vecchio maniero della Transilvania. Estremamente servizievole, era tuttavia bassino, con una gobba che cambiava spalla a seconda del tempo, gli occhi a palla, sempre vestito con un cappuccio nero e con un senso dell’umorismo molto particolare. La prima volta che l’ho visto mi sono presentato dicendo “Buongiorno, sono l’Edenista” e lui “Vuol dire ‘Edenaista’?”. Era molto simpatico, ma non ero sicuro che mi sarei abituato a questi modi così bizzarri.
 
Avevo ormai perso le speranze, quando finalmente arrivò lui, Alfred.
 
Me l’aveva raccomandato un vecchio amico multimiliardario, il signor Wayne. Era da un po’ di tempo che lo vedeva un po’ annoiato, aveva bisogno di cambiare aria. In effetti non è che a villa Wayne Alfred facesse cose particolarmente edificanti. Era tutto un lava la tuta, stira il mantello, lucida la batmobile, apri la batcaverna che poi c’è odore di chiuso, richiudi la batcaverna, aiuta a salvare più e più volte il mondo dai cattivi.
 
Insomma, una noia mortale. Ricordo la prima volta che l’ho visto, c’era in lui un bisogno di protezione e di affetto che non dimenticherò mai e a cui non seppi resistere. Ovviamente ho dovuto insegnargli tutto e non credete che sia stato semplice. Ore e ore a indottrinare un essere umano dagli umili natali per elevarlo allo status di chi compie azioni di grosso rilievo, come infornare le mie brioches.
 
Ma riuscite a pensare a dove sarebbe il mio maggiordomo a quest’ora senza di me? Senza i miei insegnamenti? Senza la mia protezione?
 
– Ah, eccoti Alfred. Sei tornato, finalmente.
– Certo Maestà, lo sa che senza la sua buonanotte non riuscirei a dormire.
– Ah, povero Alfred, tanto fortunato ad avermi incontrato, tanto indifeso. Un giorno me ne andrò e tu dovrai imparare a vivere senza di me.
– Lo so, Milady. Lo so.
 
Disse Alfred, rimboccandogli le coperte.